| Caro Collega e Amico |
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| Scritto da webmistress | |
| Sabato 31 Ottobre 2009 18:48 | |
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Presentazione del volume a cura di Massimo Borghesi: Etienne Gilson, Caro Collega e Amico, Lettere di Gilson a A. Del Noce, tenuto in data 10 dicembre 2008 nella Facoltà di Scienze Politiche di Roma “La Sapienza” Presentazione della prof. Gabriella Cotta Nell’ambito delle iniziative che le cattedre di Filosofia politica della nostra Facoltà hanno preso e prenderanno per celebrare il centenario della nascita di Augusto Del Noce, la professoressa Teresa Serra ed io abbiamo deciso di presentare, all’interno delle lezioni del corso di Filosofia politica da me tenuto, un testo pubblicato a cura del professor Massimo Borghesi: il carteggio fraÉtienne Gilson e Augusto Del Noce. Il titolo è appunto,Caro collega ed amico. Lettere di Étienne Gilson ad Augusto Del Noce (1964-1969), Edizioni Cantagalli, 2008. Due parole soltanto per introdurre agli studenti questi due autori, Gilson e Del Noce: due autori -come poi verrà spiegato più approfonditamente nel corso di questo incontro da coloro che prenderanno la parola per presentare il libro– di grande rilievo –seppure in modo molto diverso tra loro- per il pensiero filosofico del ‘900. Si può dire che Gilson rappresenta un riferimento imprescindibile per chi si vuole occupare di filosofia medievale, senza tuttavia che la sua opera si esaurisca nella sola ricostruzione storiografica, riuscendo, come fa attraverso le sue opere principali, a creare un vero e proprio ponte concettuale tra il pensiero classico e la metafisica cristiana. Le opere principali per cui viene ricordato sono le fondamentali monografie dedicate al pensiero di S. Agostino, S. Bernardo, S. Tommaso, S. Bonaventura, oltre ad una poderosa e formidabile Storia della filosofia medievale, da cui non si può prescindere se si vuole conoscere il pensiero del medioevo. Ma Gilson non è soltanto uno storico del pensiero, è anche un autore, allievo di Lévy-Bruhl e di Bergson, che ha saputo cogliere veramente, lo “spirito" – tanto è vero che ha dedicato un libro proprio a Lo spirito della filosofia medievale – dell’epoca medievale, individuandone i grandi temi teoretici. Non solo, Gilson è anche un filosofo teoreticotout court, che ha dedicato numerose opere ai problemi centrali della metafisica; L’essere e l’essenza è considerata la sua opera in questo senso più significativa. Ora, poiché nell’ambito delle lezioni abbiamo parlato ampiamente di metafisica, di che cosa essa sia, del passaggio dalla metafisica classica a quella cristiana, per arrivare alla questione del senso di una metafisica immanentistica, nel tentativo di individuare alcuni elementi chiave della formazione del pensiero moderno, credo che riflettere, insieme ai relatori che oggi sono qui presenti, intorno a nuclei tematici di questa portata sarà senz'altro estremamente interessante.Per quanto riguarda Del Noce, poi, -certamente molti di voi lo conoscono, chi per nome soltanto, chi direttamente, dalle sue opere, chi di persona- prima di tutto dobbiamo ricordare che è uno studioso di particolare rilievo per questa Università e per la nostra facoltà e per il pensiero filosofico-politico italiano. Del Noce, infatti, è stato uno dei primi, in Italia, a occuparsi di questa disciplina che è stata introdotta come tale in Italia anche grazie a lui, ai suoi studi, alla sua ferma consapevolezza che approccio privilegiato alla politica lo si può avere proprio grazie alla ricerca filosofica che della politica svela le ragioni profonde e i percorsi più nascosti ma più rivelativi. Ed egli è stato il primo ad insegnarla qui in questa Facoltà, essendone anche uno degli studiosi più rappresentativi. Non a caso, infatti, le opere di Del Noce sono dedicate a temi assolutamente centrali della storia del pensiero filosofico e politico, dei quali individua con particolare acutezza gli snodi principali, là dove la filosofia entra tanto profondamente dentro le dinamiche culturali più diffuse, da modificare e condizionare radicalmente i processi pubblici e la politica di un’intera epoca. Uno dei suoi lavori più importanti è dedicato, infatti, in modo pionieristico per l’epoca in cui fu pubblicato, al pensiero di Cartesio, nel quale Del Noce individuò gli elementi concettuali in grado di creare le condizioni del passaggio all'epoca moderna, grazie al radicale mutamento del ruolo del soggetto nel suo rapporto con la natura. Senza fermarsi tuttavia ad una ricostruzione unilaterale della modernità, uno dei punti di forza del suo vasto affresco ricostruttivo è l’apertura ad altri percorsi meno conosciuti ma, a suo avviso, non meno significativi; e qui penso ai suoi studi su Malebranche, e sulla critica da questi svolta nei confronti di Cartesio pur all’interno di una vasta trama di riferimenti al pensiero cartesiano. Il tema che qui emerge è quello della ricostruzione della linea dell'ontologismo, il cui percorso teorico Del Noce ha seguito con particolare acribia, segnandone l’originale itinerario che va da Malebranche a Rosmini. Altre riflessioni fondamentali sono state da lui dedicate al pensiero di Lequier –ed è qui presente il professor Armellini, che di questo specifico tema si è occupato- diŠestov, Berdjaev, in generale del pensiero russo e del tema del male. In questo quadro Del Noce ha dedicato una vasta monografia al problema dell'ateismo. Un simile tema potrebbe far ritenere, a chi non abbia avuto modo di conoscerlo, che la sua attenzione fosse rivolta non tanto a tematiche filosofico-politiche, ma, soprattutto, teologico-religiose. E qui sta, invece, la grande originalità di Del Noce, che ha identificato proprio nel problema dell'ateismo uno degli snodi filosofici fondamentali per comprendere la modernità. Per comprendere, quindi, il passaggio del pensiero moderno a una filosofia tutta concentrata su di un soggetto che si riconosce per la prima volta autonomo e libero da qualsiasi riferimento alla trascendenza e alla metafisica intesa in prospettiva classica. Quindi, l'ateismo visto come la chiave interpretativa, non di tutta la modernità, ma di una cospicua linea di essa, di cui l'altra è, come si è detto, quella che si rifà all'ontologismo, da Del Noce visto nella declinazione compiutane da Malebranche, per giungere fino a Rosmini. Solo poche altre parole, molto rapidamente, perché poi vorrei lasciare spazio ai relatori. L'altro grande tema di cui Del Noce si è occupato, come sapete, è il tema del marxismo; il marxismo, letto soprattutto come filosofia della prassi e posto come fulcro della linea teoretica del processo di immanentizzazione della filosofia, culminante nell’atto rivoluzionario. Ma qui sta il maggiore interesse e la straordinaria profeticità del pensiero di Del Noce, nella sua originale lettura del destino del marxismo –da lui colto soprattutto sotto l’angolatura delle vicende culturali italiane- e della sua dissoluzione nichilistico-libertina, dei cui esiti non possiamo non essere concordi testimoni. Come si vede, perciò, Del Noce, forte di uno straordinario bagaglio di conoscenze storico-filosofiche e di una altrettanto straordinaria sensibilità ricostruttiva, è riuscito a interpretare alcuni degli snodi più importanti del pensiero politico. Direi che la sua lezione appare oggi particolarmente importante non solo per la ricchezza delle analisi svolte, ma anche per il monito in queste implicitamente contenuto: chi si occupa di filosofia politica non può confondere il proprio approccio epistemico con le pur interessanti analisi empiriche della politica. Nessun problema filosofico-politico può essere letto in profondità se non ne siano chiari i presupposti –spesso elaborati molto tempo prima- teoretici. Ma, ancora di più, non esiste epoca che non sia ‘filosofica’, in cui, cioè, le idee, con la loro forza sotterranea, non abbiano plasmato la sensibilità comune, l’interpretazione antropologica, la fondamentale opzione di immanentismo o trascendentismo. Anche noi, anche oggi, che così spesso accusiamo la filosofia di pura astrazione, lo facciamo per una precisa opzione filosofica di cui abbiamo perso le tracce, ma che non è per questo meno condizionante. Su questo mi fermo perchè, come ho già detto, altri meglio di me illustreranno questi temi, ma vi vorrei dire ancora due parole sugli oratori e sui presenti, che ringrazio tutti. La professoressa Serra, ovviamente, la conoscete tutti: è a lei –studiosa di filosofia del diritto e della politica, laureata in questa facoltà e poi in diretto contatto con Del Noce professore di questo Ateneo- che si deve l’impulso dato alle celebrazioni in sua memoria. È grazie a lei che sono stati coinvolti studiosi su tutto il territorio nazionale ed internazionale –hanno dato il loro assenso università francesi, spagnole, sudamericane- riuscendo così ad imprimere un respiro ampio ed articolato alle attività che si snoderanno da qui al 2010. Con lei e con il valido aiuto dei suoi collaboratori qui presenti –in modo particolare il dott. Augusto Romano e il dott. Alessandro Fruci- è stato possibile organizzare al meglio questo incontro. A lei dunque il compito di chiudere questo nostro scambio di opinioni e di tirarne le conclusioni. Vorrei dunque ricordare, di Pasquale Serra: "Il secolo che oscilla. Gli slittamenti progressisti della cultura politica italiana", "Augusto Del Noce. Metafisica e Storia", "Individualismo e populismo. La destra nella crisi italiana dell'ultimo ventennio" "Il pensiero politico di Giuseppe Rensi", "Europa e mondo. Temi per un pensiero politico europeo". Proprio in questi giorni ha presentato un altro lavoro: "Tra le due comunità. Singolarità e relazione oltre il paradigma di Marx". Prof. Giovanni Dessì Questo intervento sarà articolato in due parti: cercherò di offrire, in primo luogo, una descrizione sommaria di come è composto illibro Caro collega ed amico. Lettere di Etienne Gilson ad AugustoDel Noce. In un secondo momento – compito più complesso – vorrei tentare di suggerire alcuni spunti per cogliere, invece, l'importanza e il significato di questo testo. Il tono di queste lettere, come già accennato da Gabriella Cotta, risente inizialmente della diversa storia di questi due intellettuali. Quando incontra Del Noce, Gilson ha già pubblicato Lo spirito della filosofia medievale: è un autore celebre, un "maestro", così come Del Noce lo chiama. Quest’ultimo, invece, è un docente che, per quanto geniale, è riuscito soltanto, da un anno, a diventare professore di filosofia morale all'Università di Trieste. Ha 54 anni, quindi non è un giovane, ma lo è rispetto a Gilson: inoltre non ha una fama internazionale, come il francese. Del Noce ha scritto solo un libro, benché si tratti di un’opera che ancora oggi stupisce per la ricchezza di contenuti: Il problema dell'ateismo. Di qui a poco pubblicherà il suo secondo volume Riforma cattolica e filosofia moderna. Vol.I Cartesio e, nel giro di pochissimo tempo, invierà a Gilson i saggi che sta pubblicando sul Giornale critico della filosofia, rivista peraltro diretta da un’altra personalità, il confronto con la quale sarà molto importante per Del Noce, Ugo Spirito. Quindi, dal 1964 al 1969, Del Noce invia a Gilson: Il problema dell'ateismo, il libro su Cartesio, i saggi gentili ani che poi rifluiranno nel volume postumo su Gentile e lo studio su Lequier e la filosofia francese, uno dei più ricchi e corposi scritti di Del Noce. Inizialmente il carteggio ci presenta un Gilson che, pur essendo molto cortese nei confronti di Del Noce, conosce ancora poco questo autore italiano. Dopo poche lettere però, il tono cambia perché Gilson resta stupito dalla produttività e dalla ricchezza dei temi contenuti nei volumi e nei saggi che Del Noce gli invia. Come abbiamo già accennato, un primo e generalissimo tema è l’ammirazione manifestata da Gilson per i testi di Del Noce, testi che lo impegnano e lo appassionano. Ma al di là di questi riconoscimenti, che potrebbero apparire di cortesia, in realtà, i temi della discussione – o perlomeno quelli che mi hanno colpito di più – sono essenzialmente due. Scrive Gilson «Io non ho mai comunicato con Marx»: egli ritiene che Marx esprima una forma di ateismo materialista e positivista, e dunque ritiene che il marxismo non sia al fondo una filosofia. Vale la pena ricordare che questa stessa tesi era sostanzialmente sostenuta da Croce in Italia, e che Del Noce l’aveva radicalmente contestata sin dal 1946. Il primo saggio de Il problema dell'ateismo,La non-filosofia di Marx e il comunismo come realtà politica, era stato presentato da Del Noce al primo Congresso Internazionale di Filosofia del 1946. In esso Del Noce aveva affermato esattamente il contrario di quello che scrive Gilson. Come è noto, secondo Del Noce il marxismo è l'esito ultimo di un filone centrale del pensiero occidentale: il razionalismo. Tale orientamento filosofico parte da un'opzione riguardo al problema del male: per il razionalismo il male coincide con la finitezza. Se il marxismo, come Del Noce dimostra, è l’esito ultimo del razionalismo, allora comprendere il marxismo , la sua “potenza filosofica” e il ruolo che esso ha avuto nella storia occidentale, significa comprendere la filosofia e la storia contemporanea. Il primo e fondamentale fraintendimento di Gilson è su questo tema, così complesso e centrale in Del Noce. Massimo Borghesi, la cui introduzione è un'ottima guida a questo carteggio, suggerisce una risposta: « Gilson diviene per Del Noce l'autore che, con il suo "tomismo esistenziale" consente di pensareal superamento del dualismo del pensiero cristiano moderno: quello tra neoscolastica ed esistenzialismo teistico, erede dell'agostinismo post-cartesiano» (p. 41). Gilson consentirebbe, secondo Del Noce, di superare quello che egli ritiene un dualismo che segna il cristianesimo moderno, il dualismo tra neoscolastica e esistenzialismo, tra sistema e libertà. In questo primo saggio, Del Noce scrive che Gilson è sicuramente il grande autore, il grande storico della filosofia, il tomista; ma anche che è il pensatore che accetta di partire da «un originario atto di fede». Gilson, tomista, che accetta di partire da un «originario atto di fede»: cosa significa? Se pensiamo a quanto si è detto, quando si parlava delle due opzioni che per Del Noce sono all'origine della prospettiva filosofica che l'individuo può assumere - l'opzione per cui il male coincide con la finitezza o l'opzione per cui il male è il peccato, l'uso sbagliato della libertà –, Del Noce individua in Gilson un tomista che accetta di partire da questa opzione originaria, da questo esercizio della libertà. Secondo Gilson si parte da un'opzione di fede per fare filosofia: questo non è razionalismo, perchè il razionalismo non riconosce che si parta da un'opzione per fare filosofia. Questo mi ha sorpreso, poiché mi ha riportato alla mente un testo scritto da Del Noce nel 1947, L'inattualità della metafisica dell'essere. Allora Del Noce era veramente poco affermato e poco noto, ancor meno di quanto lo fosse nel 1964. In questo testo, che è una comunicazione fatta in occasione di uno dei convegni di Gallarate, egli riporta un'espressione di Gilson che diceva «quando leggo S. Tommaso sono entusiasta, quando leggo i manuali tomisti mi annoio". Nella sua comunicazione, dal titolo un po' provocatorio – parlare di inattualità della metafisica dell'essere, a un congresso di professori e docenti cattolici! – Del Noce si dice totalmente d'accordo con questa idea di Gilson, cioè che la filosofia non possa appiattirsi sulla manualistica. Enrico Castelli, anch’egli docente che ha insegnato filosofia qui a Roma, criticava l’idea di filosofia come sistema, perché nel sistema il male cessa di essere il male, e diventa qualcosa di diverso dal male del singolo individuo, del singolo uomo. Del Noce chiude appunto il saggio del 1947 dicendo che se invece si contesta quest'idea del sistema, si può pensare alla filosofia come una storia di cominciamenti assoluti. Dal saggio Gilson e Chestov emerge dunque l'idea che la filosofia di Gilson permette di unire libertà e tomismo, l'opzione originaria, la scommessa, (il riferimento è a Pascal). Per concludere, vorrei tornare alla domanda che ponevo all’inizio di questo breve intervento: qual è il significato di questo carteggio, cosa esso ci dice di Del Noce? Questa è la domanda che mi sono posto leggendo. Certamente, esso ci offre un dialogo interessante fra due pensatori cristiani: Gilson e Del Noce; ci dice quanto Borghesi ha richiamato, e che a mio avviso è del tutto condivisibile; ma ci apre anche una prospettiva che io ritengo essere fondamentale per Del Noce: esso rivela infatti che la difficile strada che Del Noce ha perseguito è quella di cercare spazi di fronte all’alternativa, che egli riteneva falsa, tra libertà senza alcun riferimento metafisico, che porta al relativismo e al nichilismo, e “fatticità”, adesione ai fatti che può divenire sistema(anche i concetti possono essere ridotti a fatti) tradizionalismo e culto del passato. In questa prospettiva, la figura di Gilson diventa per Del Noce un potente alleato nel tentativo di perseguire la difficile strada di un cattolicesimo che non si appiattisca sulla libertà incondizionata, né si appiattisca sulla fatticità, sui fatti. Da questo punto di vista, il carteggio offertoci da Massimo Borghesi non rappresenta semplicemente un dialogo tra due pensatori cristiani, poiché il suggerimento esso ci offre è di straordinaria attualità. Secondo Del Noce una concezione di libertà come creatività, senza alcun orizzonte diviene volontà di potenza; l'idea di un adeguamento acritico alla fatticità è nello stesso modo inaccettabile. Intervento Prof. Massimo Borghesi Porgo un sincero ringraziamento alla Prof.ssa Serra ed alla Prof.ssa Cotta per questo cortese e gentilissimo invito di presentare l’opera presso la facoltà di Scienze Politiche, dove Del Noce ha insegnato. Grazie a Gianni Dessì e a Pasquale Serra per quello che ci hanno detto, perché hanno riflettuto a partire da loro stessi su quello che questo Carteggio ha suggerito; grazie ai colleghi che sono qui ed agli studenti che hanno avuto la pazienza di ascoltare. Il problema Cartesio diventa scottante dopo che Del Noce invia il secondo testo che pubblica nel ’65, sempre con Il Mulino, il volumeRiforma cattolica e filosofia moderna, dedicato a Cartesio. Del Noce in questo testo optava per l’interpretazione di Laporte, contro la lettura di Gilson, quindi quando gli invia il testo lui sa già che certamente non potrà trovare molto gradimento presso Gilson. È vero che in questo testo egli cercava di mostrare uno sviluppo del pensiero di Gilson, rispetto al primo lavoro gilsoninano del 1912 dedicato allaLiberté: Charles Descartes et la theologie, e scriveva che poi Gilson ha cambiato idea aprendosi ad un’altra prospettiva, ma questa era la lettura di Del Noce e Gilson gli rispose in maniera abbastanza brusca: “io non ho cambiato idea”. Su questo punto l’epistolario è utilissimo perché permette di vedere come ci sia veramente una differenza di prospettive: “io resto fermo sulla posizione del mio maestro e non ho cambiato idea”. Perché Del Noce optava per Laporte? Perché era colui che aveva sviluppato l’aspetto metafisico di Descartes, sostenendo che per Cartesio è importantissima la teoria della creazione delle idee divine. Vale a dire della libertà creatrice di Dio. Per Cartesio Dio non è costretto dalle essenze, dalle idee, ma al contrario, in qualche idea, è creatore delle sue stesse idee. Quindi in Dio è fondamentale la libertà creatrice. Del Noce si domanda, alla luce di Laporte, come può essere razionalista un filosofo che pone la libertà all’origine? È chiaro quindi, dice Del Noce, che dobbiamo leggere Cartesio come un Giano bifronte, cioè non come un pensatore monolitico, ma come un pensatore che apre la possibilità di due direzioni del pensiero moderno, una è quella arcinota razionalista, l’altra invece quella meno nota di un pensatore che apre in direzione della libertà. È chiaro come questa lettura fosse così importante per a Del Noce, perché gli apriva la possibilità di rimettere radicalmente in discussione la visione concreta, razionalistica ed immanentistica del pensiero moderno. Il pensiero moderno non è unicamente il pensiero laico, laicista, immanentista e razionalista, il pensiero moderno, in una parte essenziale, è anche un pensiero aperto alla trascendenza. Quindi l’interpretazione diversa di Cartesio diventa un nodo cruciale per poter aprire una doppia lettura della modernità. Gilson su questo punto non ha le categorie, è fermo al quadro consueto della modernità razionalistica, e quindi rimane affascinato da queste ricostruzioni delnociane e lo fa capire tra le righe a più riprese: “lei ha un’abilità sconcertante nel cogliere questi rivoli sotterranei, questi intrecci”, però evidentemente fa fatica a seguirlo su questo terreno. Qui fino al ’66, poi finalmente Del Noce supera, sblocca la situazione, si rende conto che l’argomento Cartesio non porta da nessuna parte e propone a Gilson di raccogliere alcuni articoli che erano apparsi in francese e di editarli in un volume in italiano. Del Noce dirige la collana di Borla di Torino ed esce il volume Problemi d’oggi di Gilson, che raccoglie tre saggi: Il tomismo e la sua situazione attuale, Il caso Pierre Teilhard de Chardin, Il dialogo difficile. Con questo titolo,Problemi d’oggi -a cui Gilson risponderà in una lettera in questi toni: “certo questo titolo è il gran premio della banalità”-, titolo in felicissimo, non diceva assolutamente nulla. E questi tre saggi fanno il punto sulla situazione del pensiero cattolico nel post-Concilio. Gilson è certamente fortemente critico verso questa prospettiva. Non da un punto di vista conservatore -perché Gilson non è mai stato un pensatore conservatore, anzi tutt’altro, il suo tomismo aperto, esistenziale, è sempre stato in forte dialogo con le altre posizioni del pensiero cristiano ed anche con la tradizione liberale e democratica del pensiero moderno, non ha mai simpatizzato per i fascismi, per le destre e quindi non si poteva certo etichettare come un pensatore conservatore-, però si trova spiazzato dalle correnti post-conciliari, le quali ormai radicalizzano la questione in un modo tale che da Gilson non può essere condiviso ed accettato. In particolare Gilson era critico verso l’abbandono del tomismo come filosofia importante nella formazione ecclesiastica, che dall’oggi al domani veniva congedato, ed era critico in particolare verso la riforma liturgica. Iin Francia ci fu una riforma liturgica che cambiò i termini essenziali, in particolare -può interessare poco, ma lo accenno- si passò da una definizione del Figlio ‘con la stessa sostanza del padre’,consubstantialem Patri, a quella di est de même nature que le Père, e Gilson da buon scolastico tomista afferma la differenza tra il concetto di sostanza, e il concetto di natura. Adottando il termine natura si arrivava al triteismo, le tre Persone della Trinità diventano tre dei, e pare non ci si accorga di questo, cioè che il Cristianesimo diventa un politeismo. Evidentemente il problema era metafisico e, scrive Gilson, “qui nessuno sa ragionare più di metafisica, e si pensa solo ad un aggiornamento dei termini come se fossero più comprensibili”. Il vero problema era Teilhard de Chardin, sia il volume Problemi d’oggi che l’epistolario, hanno de Chardin al centro della questione. de Chardin è l’autore critico di gran parte del Carteggio, perché Gilson scrive che quella di de Chardin è una gnosi, è una posizione gnostica e la grande diffusione del pensiero di de Chardin all’interno del Carteggio ha delle pagine estremamente interessanti proprio critiche verso la posizione di questo autore. Nel ’69 con l’invio delle opere di Lequier curate da Del Noce -su cui Paolo Armellini ha scritto un bellissimo volume- si conclude il Carteggio. In maniera significativa questo coincide con la venuta di Del Noce a Roma. C’è questa coincidenza: venire a Scienze Politiche segna l’interruzione del Carteggio, non segna però, com’è stato ricordato, la fine dell’interesse. Paradossalmente, proprio gli articoli che Del Noce scrive su Gilson, sono posteriori alla fine del Carteggio ed è evidente che Del Noce tiene presente il Carteggio ed in qualche misura i risultati del Carteggio, proprio per sviluppare la sua riflessione su Gilson, che diventa, per i motivi che Dessì ricordava, l’autore chiave per la risoluzione del pensiero cattolico contemporaneo. Colui che permette il superamento dei contrasti tra soggettività ed oggettività, tra posizione agostiniana e posizione tomista, ecc. ecc. La cosa interessante -non ho tempo per dirlo, ma lo accenno- è che anche Gilson -io mi sono permesso di formulare un’ipotesi- dopo il ’69 in qualche modo risente della lezione di Del Noce: questo è l’aspetto più originale che si può trarre da questo Carteggio. Nel senso che Gilson pubblica un’opera, che in realtà esce postuma nel ’79, L’ateismo difficile, scritta negli stessi anni dal ’67 al ’69 in cui c’era il Carteggio con Del Noce. In quest’opera Gilson, il tomista Gilson, rivaluta la prova ontologica dell’esistenza di Dio con un’autocritica implicita, nessuno in Italia per quello che mi risulta, ha messo gli occhi su quest’ultima interessantissima opera di Gilson ed è un’opera di grandissimo interesse perché egli ha cambiato idea. In tutti gli scritti precedenti ha criticato la prova ontologica e l’ontologismo moderno, in quest’opera postuma rivaluta la prova ontologica, rivaluta Malebranche e rivaluta la prova cartesiana. Questa è una svolta a 180 gradi sui cui richiamo l’attenzione anche dei colleghi che è di grandissimo interesse. E, nell’ipotesi che mi permetto di suggerire, è che forse allora l’opera di Del Noce ha in qualche modo suscitato in Gilson un ripensamento su questo aspetto: l’intesa sulla linea franco-italiana del pensiero moderno ora poteva diventare una vera e propria intesa speculativa che apriva la possibilità di una strada. Del Noce stranamente non scriverà nulla su quest’opera postuma di Gilson, non sappiamo se l’avesse letta o meno, ed è un peccato perché avrebbe trovato un conforto interessantissimo delle sue tesi. Prof.ssa Teresa Serra Il professor Borghesi ha completato quello che già gli altri due relatori avevano avuto modo di chiarire su questo breve carteggio. Brevemente, poiché abbiamo poco tempo, alcune conbsiderazioni. A me sembra che questo carteggio sia stato molto interessante, una lettura veramente importante, perchè, oltre ad essere commentata in maniera eccelsa da Massimo Borghesi nell'Introduzione – e Borghesi coglie tutti gli aspetti e la profondità di una conversazione che tocca esplicitamente e implicitamente tutta l'atmosfera culturale dell'epoca – ci presenta l'incontro tra due personalità che sono divise non solo da una generazione – perchè come dice Gilson, «è un pensiero più giovane di una generazione rispetto alla mia» –, ma anche da una diversa impostazione: uno è lo storico che "fa filosofia nella fede", come dice Pasquale Serra, l'altro è il filosofo che fa filosofia attraverso la storia. Ma c’è anche un’altra differenza tra i due: la grande curiosità intellettuale di Del Noce, che sa ascoltare tutte le voci. E che quindi comunica anche con quel Marx, col quale Gilson non vuole comunicare; con Theilard de Chardin, col quale Gilson non si trova assolutamente in sintonia; con Laporte, che, spostando l'interpretazione di Cartesio, smuove qualcosa in Gilson, ma non gli fa cambiare idea, mettendolo anzi, per così dire, al di là della sua posizione. Del Noce è un attento studioso della storia della filosofia, che tuttavia fa storia della filosofia per fare filosofia. E la prima cosa che Del Noce dice di Gilson è l’apprezzamento della sua grande, eccezionale, attività storiografica. Tuttavia, mentre Del Noce modifica lentamente questa sua posizione e parla anche di Gilson come filosofo, Gilson resta fermo sulle sue posizioni, tranne poi alla fine –questo mi sembra molto importante ed è stato messo bene in evidenza dal professor Borghesi – quando sembra allinearsi sulla questione della prova ontologica. In questo senso, questo insieme di lettere ci dice forse qualcosa; noi abbiamo purtroppo, solamente le lettere di Gilson, ma sappiamo che Del Noce gli ha mandato tutti i suoi scritti, e forse alla fine questo rapporto ha smosso qualcosa nel più anziano dei due, fermo nella sua posizione di storico. Ma è uno storico soprattutto del medioevo, e questa è forse l'indicazione fondamentale che ci fa capire che non può comprendere l'attualità, l'oggi, cosa che invece a Del Noce interessava moltissimo. Vedo molti allievi di Del Noce. Abbiamo ancora qualche minuto e spero che qualcuno voglia intervenire: Prof. Paolo Armellini Ringrazio tutti gli amici che sono venuti a parlarci di un carteggio così importante per tutta la lunga vita dei due studiosi. Sono rimasto particolarmente colpito dall'interpretazione di Dessì che ha sottolineato come l'incontro con Gilson serva a Del Noce per evitare i due "perfettismi", come diceva in altra occasione il l'amico Pasquale Serra: da un lato, quello della "tradizione" che tende ad identificare l'ordine ideale con un ordine storico dato – in definitiva la fatticità, la posizione del tradizionalismo – ; dall'altro, il perfettismo della libertà, che considera la libertà come un valore assoluto. Del Noce invece ha imparato da Gilson a considerare la libertà come un mezzo supremo con cui riconoscere i valori, ed è questa la posizione interessante. Vorrei aggiungere solo una notazione storica: Del Noce ha scritto su Il Tempo una recensione de L'ateismo difficile in cui nota proprio ciò che si è detto circa la rivalutazione della prova ontologica. Prof.ssa Gabriella Cotta È anche il perfettismo marxiano, cioè la costruzione della società perfetta; cosa che, appunto, Gilson non capisce. Prof. Salvatore Azzaro Vorrei ringraziarvi dell’invito, che mi dà il piacere di ricordare Del Noce, qui, nelle aule dove lui insegnò. Si potrebbe pensare ad uno studio su Del Noce, condotto da parte di suoi allievi, di studiosi che hanno incontrato il suo pensiero seguendo percorsi personali e, in generale, dei vari studiosi che man mano hanno incontrato il suo pensiero; se riconosciamo l’eminenza del pensiero e dei suoi stimoli, si potrebbe tentare uno studio più sistematico, più organico sul suo contributo rimasto incompiuto. Egli, certo, è stato incompiuto, e probabilmente questo vorrà dire qualcosa; forse non aveva incontrato un interlocutore, in ogni caso c’era qualcosa che lo portava ad intervenire sul particolare, come sui giornali, per l’appunto. E questo è forse un parallelo con Gilson, perché anche questi aveva il gusto dell’attualità giornalistica, e dell’intervento sul particolare. Questo, potrebbe essere ad esempio un settore, certamente, molto difficile da scandagliare, che richiederebbe un certo lavoro più sistematico. E da questo punto di vista forse potrebbe dirci qualcosa; quel qualcosa che Del Noce voleva dire, in definitiva. Forse attraverso un lavoro organico questo potrebbe emergere. Il centenario della nascita, o il ventennale della morte, potrebbero essere buone occasioni per ritrovarsi su questi punti, aprendo un lavoro che potrebbe coinvolgere molti. Prof.ssa Gabriella Cotta Venendo incontro alla sollecitazione di Salvatore Azzaro, quello che pensavamo di fare nella celebrazione di questo centenario, è proprio di individuare i grandi temi di Del Noce: cioè, raccogliere dentro questo proliferare di percorsi tematici e teoretici da lui individuati, e che spesso veramente sono difficili da seguire in tutte le loro diramazioni, alcuni grandi temi; e cercare di approfondirli anche in relazione con i dibattiti successivi a Del Noce – perché ci sono stati tanti dibattiti, suscitati da lui, o anche autonomi rispetto al suo pensiero, ma sempre su questi temi delnociani – e poi riaccostarsi a del Noce, anche nel senso suggerito da Salvatore Azzaro, attraverso questi grossi, enormi, filoni tematici. E ne sono stati sottolineati tanti:ad esempi, l’analisi del marxismo, sotto il profilo teoretico di compimento di uno dei percorsi della modernità; e la ricomprensione e il ripensamento del rapporto necessario fra immanenza e trascendenza. Quest’ultimo, si potrebbe dire, costituisce lo sfondo filosofico di Del Noce; si tratta in definitiva del tema della metafisica classica, ma Del Noce vuole affrontarlo in altro modo, cioè attraverso questa linea ontologistica. La professoressa Serra ci darà qualche dettaglio in più. Approfitto anche dell’occasione di poter parlare con i colleghi. Noi abbiamo già dato inizio a un Comitato promotore per le celebrazioni del centenario della nascita di Del Noce. Abbiamo già cominciato a coinvolgere parecchi docenti, ma anche istituzioni; cercheremo di coinvolgerne altre e cominceremo già nel 2008-2009 con una serie di incontri, preliminari a questo centenario, che peraltro intervengono nel ventennale della morte. E cercheremo attraverso questi incontri di definire, oltre ai temi che saranno poi affrontati nel convegno internazionale del 2010, una serie di temi in vista di pubblicazioni specifiche. Tenteremo anche di organizzare una “rimessa in sesto” di tutti gli scritti di Del Noce in una pubblicazione unitaria, lavoro che richiede veramente molto impegno – non solo di sistemazione, ma anche economico – per la mole e varietà degli scritti prodotti da Del Noce, anche di carattere, come si è detto, giornalistico, oltre che scientifico. Ecco, io vi ringrazio tutti. Ringrazio il professor Borghesi perché ha fatto questo pregevole lavoro di pubblicità rispetto a un rapporto che era un rapporto epistolare, quindi anche “personale”, tra due studiosi, e che ci mostra come veramente la possibilità del dialogo e del confronto, anche tra persone che mantengono la loro posizione, sia molto importante. Soprattutto quando si presta attenzione a certe piccole o grandi influenze di un pensatore sull’altro. Per quanto i pensatori possano rimanere apparentemente distanti tra di loro, quando c’è il dialogo, un qualcosa si muove all’interno del pensiero. E anche quando c’è un dialogo come quello che abbiamo visto, nel quale uno dei due resta comunque sempre fermo sulla sua posizione, perché è uno storico della filosofia con un “taglio” già impostato e che non vuole essere spostato in quelle che sono le sue posizioni, come per quanto riguarda la posizione di Theilard de Chardin – mi sembra che a un certo punto Gilson parli di “theilardesimo”, – che egli non vuole sentire, perché è fuori dal suo orizzonte culturale; o come nel caso di Laporte, nei cui confronti ha parole piuttosto severe – e uno storico non dovrebbe averle, cercando piuttosto di ascoltare anche le altre interpretazioni, ma queste sono le piccole cose dell’uomo. E tuttavia, come si è visto, pian piano, anche avendo raggiunto un’età tarda, quando è più difficile modificare le proprie opinioni, Gilson riesce ad accettare la prova ontologica, e quindi cambia un suo punto di vista. Per concludere, un’ultima battuta: il professor Borghesi ha parlato di Venezia, questa città che Gilson amava moltissimo; ebbene mi è rimasta impressa una battuta di Gilson,: “Trieste, non so che cosa sia; so soltanto che è una strada da non prendere, quando vado a Venezia”. Ecco, vi ringrazio, ringrazio i colleghi tutti, speriamo che a questo incontro possano succederne altri per ritrovarci su Del Noce. |
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| Ultimo aggiornamento ( Lunedì 30 Novembre 2009 11:29 ) |


